Interviste

F&F Calzoleria Artigiana, un sarto con i piedi per terra

Non è nemmeno semplice scrivere una presentazione ad un’intervista in cui, dopo averla condotta, ti ha lasciato letteralmente a bocca aperta. Francesco è il titolare della F&F Calzoleria Artigiana. Una persona squisita e disponibilissima, oltreché un profondo conoscitore della materia.

Una delle interviste più belle che ho avuto modo di condurre, dense di concetti e storia. Amo le scarpe vintage, soprattutto le bi-color anni 20 classiche, e vedere i suoi prodotti mi ha entusiasmato. Grazie mille Francesco.

Un’uomo con la sua passione può fare grandi cose.

  • Un calzolaio artigiano, per fortuna ce ne sono ancora. Questo lavoro nasce da una passione?


    Si, nasce dalla passione che ho sempre avuto per lo stile maschile tradizionale. Misi la prima cravatta all’età di dieci anni, in una recita scolastica: interpretavo un lord inglese in visita a Roma. Da allora ho iniziato a cercare di capire perchè mi piacesse quel tipo di abito, e come trovarne sempre di più belli.

All’università iniziai ad arrotondare lavorando come lustrascarpe in una bottega romana: la mia migliore amica mi aveva regalato un kit per lucidare le scarpe e avevo appena scoperto come adoperarlo a dovere. Lucidavo, osservavo e riflettevo di non potermi permettere ciò che vedevo.

A furia di guardare ne rimasi conquistato: andai a chiedere al mio capo come poter apprendere e lui mi rispose: “vai a Londra.”
Tre mesi dopo ero nel quartiere di Holborn, per un corso intensivo con due maestri formatisi alla John Lobb Ltd., l’azienda centenaria che produce le scarpe dei reali inglesi; poi, tornato in Italia, ho continuato a studiare per apprendere tutte le fasi accessorie, tra cui la modelleria. Tuttora mi ritrovo a studiare, costantemente, e questo non fa che alimentare ancora la passione. 

  • Questo odore, per me profumo, fatto di colla e cuoio ha un sapore vero. Come definiresti le tue creazioni?

Nelle immortali parole di Sir Isaac Newton, mi sento un nano sulle spalle di giganti. La calzatura moderna ha quasi duecento anni, ma i grandi maestri del passato hanno segnato una strada che noialtri continuiamo a seguire.
La mia scarpa è una fusione di tutti gli stili con cui sono entrato a contatto: c’è la solidità britannica, l’estro italiano e la marzialità della scuola est europea. Inizialmente seguivo lo stile degli ultimi anni, una sorta di neo-swing fatto di bicolori e abbinamenti strampalati; poi ho spostato il mio studio sul recupero di forme d’epoca e ho ripreso i colori tradizionali, in particolare le infinite sfumature del marrone.Una variazione sul tema della francesina.

  • Immagino che il tuo cliente tipo non sia un Trapper. Chi è invece?

    Può sembrare una risposta provocatoria, ma il mio cliente prima di ogni cosa è un appassionato dello stile. Sarebbe facile elencare i nobili, i campioni di polo, i professionisti internazionali; ma alcuni tra i più affezionati sono persone normalissime, che però ardono di passione per l’eleganza. Il mio cliente ideale è quello che entra e mi dice “non so cosa voglio, ma deve essere unico.”
     

  • Come trovi il mercato dell’artigianato di qualità in Italia?

    Il nostro Paese da più di trent’anni vive una tremenda contraddizione: si cerca in ogni modo di convincere tutti, che qualità e mercato siano due parole antitetiche. Fino a pochi anni fa, una strana combinazione di fortuna ed effettivo talento ci permetteva di sopravvivere nel mito, vendendo l’emozione dell’artigianato senza alcun artigianato alle spalle. Vi racconto un aneddoto di famiglia: i miei genitori andarono a Sorrento anni fa, e tra le varie passeggiate incapparono in un negozio di cammei “artigianali”.
    Praticamente un cimitero: chi fumava, chi guardava fuori, chi leggeva la Gazzetta, in mezzo a un oceano di cammei dozzinalissimi e certo non fatti a mano. Dopo qualche minuto arrivò di gran carriera uno scugnizzo, gridando qualcosa in dialetto: fu come girare la chiave di un orologio. Tutti scattarono sull’attenti e iniziarono un delizioso teatrino, simulando a perfezione la fabbricazione di quei cammei già pronti.
    Questo teatrino ormai deve chiudere, il prima possibile. Le realtà di eccellenza in Italia ci sono, hanno un livello altissimo di qualità e talento, ma faticano a emergere, schiacciate da un generale appiattimento che identifica “artigianale” con “imperfetto, economico, di ripiego”. Occorre maggiore dignità da parte degli artigiani, che faticano ancora a identificarsi come professionisti della qualità, e maggior rispetto da parte dei clienti.

  • I grandi marchi sfornano prodotti sulla scorta della moda vintage. Pensi che possa far bene al nostro mondo?

    Si e no. Quello che oggi definiamo vintage non era semplicemente una moda. Il taglio degli abiti poteva seguire gli stili dettati da quelli che oggi definiremmo “influencer”, spesso esponenti della nobiltà o della grande industria (su tutti il duca di Windsor e, tra le glorie nazionali, Gianni Agnelli), ma esisteva una ricerca molto estesa sulla qualità della materia prima. Tessuti, pellami e metalli venivano selezionati riflettendo costantemente sulla durata nel tempo, sulla comodità e sulla resistenza alle intemperie: il taglio e la confezione venivano strutturati sul materiale prescelto e l’intera filiera seguiva un ben preciso progetto.
    La stragrande maggioranza dei marchi moderni non fa altro che adattare i vecchi modelli a materiali scelti a caso: peggio ancora, spendono cifre enormi per adattare il peggio della modernità al bello stile che fu. Ed esiste una parola ben precisa, per definire chi si veste imitando qualcosa con materiali scadenti: carnascialesco. 

Preferirei vedere un recupero dei vecchi materiali su tagli moderni, piuttosto che una caricatura del vintage: i risvoltoni lasciamoli ai golfisti, per cortesia.

  • Parlami dei tuoi progetti per il futuro

    Al momento il mio scopo principale è ottenere il Santo Graal dell’artigianato: trovare uno stile talmente definito da poter essere riconosciuto a colpo d’occhio. Poi, continuare a migliorare costantemente nei dettagli.
    A lungo termine, trovare altre menti altrettanto appassionate che vogliano apprendere questo mestiere. Uno dei miei migliori colleghi, Anthony Delos, affermò che nessun calzolaio può aspirare a migliorare senza formare degli apprendisti: quando verrà il momento, spero di esserne in grado.

  • Definisci il vintage in tre parole.

    Sapendo di andare controcorrente, per me e rigorosamente in quest’ordine: funzionale, bello, imperituro.

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